“Rinfrescami la memoria: ma perché dobbiamo aprire ‘sto canale su YouTube?” La Gelmini interpretata da Caterina Guzzanti non trova le parole adatte a presentare il suo canale web ai giovani utenti della rete. Dopo averle provate tutte per non sembrare “antica”, il ministro dell’Istruzione regredisce addirittura all’età infantile, tra giocattoli e peluche. Niente da fare. “Troppo giovane”, le rispondono dalla regia.
Ebbene, come spesso accade, la realtà non è così lontana dalla satira. Che sia una questione di età anagrafica o di attitudine personale, i politici italiani dimostrano una scarsa propensione per i nuovi social media. Ma come deve cambiare il linguaggio della politica per stare al passo coi tempi?
L’abbiamo chiesto a Marco Cacciotto, consulente strategico e segretario generale dell’Aicop, l’Associazione Italiana consulenti pubblici e public affairs che, in occasione della Settimana della Comunicazione di Milano, ha organizzato un seminario dal titolo Fast politics: nuovi politici, nuova comunicazione politica.
Dottor Cacciotto, da quando la politica è diventata fast?
Il contesto fast è un fenomeno complessivo, che caratterizza la politica di tutte le democrazie occidentali. L’Italia, da questo punto di vista, è in ritardo di una decina d’anni. Fast significa informazione 24 ore su 24, accelerazione del processo di elaborazione e di propagazione del messaggio. Spesso, quando si parla di fast politics, si pensa alla comunicazione attraverso i social network, come Facebook. Ma è molto più di questo: è la comunicazione che diventa multicanale. E chi fa politica deve saper gestire tutti i canali a disposizione, senza eccezioni.
L’avvento dei nuovi media ha cambiato il linguaggio della politica?
Sì, e non solo. Ha cambiato anche il comportamento di chi partecipa al processo comunicativo. Soprattutto quello dei destinatari che, abituati a ricevere informazioni dettagliate in tempi ridotti, sono diventati impazienti, e anche distratti. Rispetto a tutto questo, la politica è considerata “lenta”.
Non c’è il rischio che adattandosi a questa velocità la politica si trasformi in una fabbrica di risposte pronte, che diventi insomma una politica fast food?
Velocità non vuol dire necessariamente banalizzazione. Il rischio, piuttosto, è quello di esserne travolti. Per dare risposte adeguate, la politica deve imparare a reggere il ritmo. È un processo di adattamento.
Chi, tra i protagonisti della scena attuale, ha saputo gestire meglio questo cambiamento?
Nessuno. La politica italiana non è innovativa, i nostri politici appartengono ad un altro secolo. A livello locale si sono visti risultati migliori, ma sono ancora pochi.
Nemmeno Beppe Grillo? Il suo blog è tra i più letti al mondo.
Grillo ha indubbiamente molto seguito, ma la partecipazione a questi canali comunicativi non è misurabile in termini di consenso politico. È una questione qualitativa, non quantitativa.
Eppure molti attribuiscono il calo di consensi del premier Silvio Berlusconi ad un “cattivo uso” dei nuovi media. Lei è d’accordo?
No, la questione è più complessa. Il calo di consensi dipende da altri fattori, come la crisi economica e la sensazione che l’attuale governo non abbia trovato la soluzione ai problemi dei cittadini.
Se i canali comunicativi si evolvono e si moltiplicano, il linguaggio dei politici – soprattutto i più navigati – sembra invece subire un’involuzione, un imbarbarimento. Può essere il segnale della fine di un’era?
È il segnale di una fase di passaggio. Che riguarda, però, la società nel suo complesso, non solo la politica italiana. Questo imbarbarimento si manifesta periodicamente, caratterizzando diverse fasi della storia politica, oggi come 2000 anni fa. Il problema non è tanto il linguaggio, quanto il fatto che l’attuale leadership non sembra in grado di fronteggiare la crisi. I politici parlano troppo alla “pancia” dei cittadini, e sembrano incapaci di dare risposte forti e una direzione chiara e sicura. Oggi, in Italia, non c’è una classe dirigente, è questo il problema.








