Commento su una professione tanto affascinante quanto complessa. Anche se alcuni passi in avanti sono stati fatti, rimane ancora molta strada da fare. Soprattutto per le nuove leve
Era l'estate del 2009 quando seduto accanto a un mio professore universitario nel giardino principale del monastero dei benedettini di Catania gli dissi: "Mi iscriverò alla specialistica di comunicazione politica e sociale di Milano". Lui mi fece i complimenti, e memore di qualche esperienza lavorativa nell'ambito del marketing politico, mi disse: "La politica è affascinante e becera allo stesso tempo".Da poco avevo concluso una campagna elettorale, feci un sorriso dopo aver sentito quelle parole e non gli diedi molto peso.
Tuttavia oggi, a distanza di due anni, con una laurea in comunicazione politica e una tesi di laurea sullo stato della consulenza politica in Italia, quelle parole risuonano ancora nella mia testa.
Premesso che un pezzo del genere non può sviscerare per bene tutta la questione, mi piace condividere con te alcune riflessioni sulla consulenza politica in Italia.
Primo: la consulenza politica, dura e pura, in Italia esiste? No, a mio avviso. Perché trovare un consulente politico che svolga solo ed esclusivamente questa professione è una rarità da ago nel pagliaio. Molti sono i consulenti che, oltre a svolgere il tanto amato mestiere, magari a tempo determinato o solo in alcuni periodi (leggasi campagna elettorale)insegnano, svolgono attività di relazioni pubbliche per aziende e privati, scrivono su quotidiani e riviste. E l'elenco potrebbe ancora continuare.
A questo punto vi chiederete come la mettiamo con gli addetti stampa, i pubblicitari, i social media specialist (dai, mettiamo anche loro visto che fa tendenza), i portavoce, i sondaggisti, politologi, sociologi, ecc.? Non offrono anche loro servizi di consulenza politica? Certo, ma purtroppo non è così scontato come sembra.
Questo ci porta al secondo punto: tra i professionisti della comunicazione politica, c'è chi, come alcune società di sondaggi o addetti stampa di parlamentari regionali ad esempio,non si riconosce come consulente politico. Durante i lavori della ricerca che ho fatto per la tesi di laurea, mi sono imbattuto diverse volte proprio con queste realtà che rifiutavano l'idea di essere etichettati come consulenti politici.
Detto questo, uno sguardo alla realtà americana della consulenza politica è d'obbligo: oltreoceano la professione ha una sua storia, una sua organizzazione, un sistema politico che offre molte più opportunità lavorative, un continente proprio dal punto di vista geografico su cui operare. É facile notare le differenze e l'impossibilità di tendere verso quella realtà da parte dei consulenti del Belpaese. Negli USA, ad esempio, i sondaggisti sono tra le figure centrali delle campagne elettorali (e non solo di quelle), da noi possiamo quasi dire che c'è chi ripudia o sconosce questa categorizzazione.
Ok, si potranno utilizzare gli stessi strumenti e le stesse tecniche dei colleghi nordamericani. E da tutto ciò sorgono altre domande. Ma quali sono i costi, le competenze, la formazione e il mercato? I consulenti politici in Italia sono condannati a lavorare solo con i big della politica italiana oppure dovranno fare i salti mortali tra una campagna per un candidato di provincia e la rielezione del sindaco di vattelappesca per poter racimolare qualcosa e poter dire a testa alta: "anch'io faccio il consulente politico"? Quali sono le prospettive per i giovani consulenti, pieni di entusiasmo ma che devono fare i conti con una politica che guarda più alle amicizie che al ruolo del consulente? L'associazionismo di settore sarà abbastanza capace di promuovere la professionalizzazione della consulenza politica sia verso i propri colleghi che verso la classe politica italiana? Un giovane del sud Italia è costretto ad emigrare al nord (o addirittura espatriare) per poter ambire al sogno di diventare consulente?
Insomma, siamo lontani da scene tipo Le idi di marzo, I colori della vittoria o Power? Forse siamo più vicini a quelle de I due deputati con Franco e Ciccio e Gli onorevoli di Totò.
Di certo sono stati fatti passi in avanti ma la strada da fare è ancora tanta. A partire da una maggiore apertura e collaborazione tra professionisti e aspiranti tali, da una maggiore apertura della politica ai recenti cambiamenti della comunicazione (oltre al buon utilizzo dei social media, vedi anche la possibilità in futuro di poter trasmettere spot elettorali su emittenti televisive nazionali), da una maggiore apertura dei politici ai consulenti (che siano interni o esterni a un partito), da un mondo accademico che riesca sempre più a offrire una formazione degna di tale nome per chi aspira a diventare un professionista della comunicazione politica. Che il 2012, oltre alla fine del mondo, sia l'anno di svolta per la consulenza politica in Italia?
Mario Grasso su Pane & Politica








