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Sindaci e social network: modalità d'uso - seconda parte

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La seconda parte dell'analisi

Bologna. A Bologna, il candidato vincente Virginio Merola è presente sul social network di Mark Zuckerberg con una fan page che conta oltre 2mila clic, aggiornata di frequente, con uno stile di scrittura in prima persona e un feedback costante agli utenti. Stesso “comportamento” si rileva su T: con oltre mille “follower”, Merola gestisce il suo profilo dimostrando di capire la diversità di questo social network rispetto a Facebook e dialogando con gli altri iscritti. Per Massimo Bugani, candidato del M5S che ha raccolto un grande successo alle elezioni, i social network sono una vetrina gestita per una comunicazione quasi sempre priva di riscontri. Su F è presente con una fan page che conta oltre 1500 fan, sceglie di comunicare con aggiornamenti di stato piuttosto che con link o note, ma resta basso il tasso di risposte ai commenti degli utenti. Anche su T Bugani tende a comunicare poco: circa 400 tweet in 8 mesi sono probabilmente pochi (soprattutto quelli post-elettorali) per chi fa parte di un movimento che punta molto della sua forza nella rete. Ed infine, per quanto riguarda Bologna, Manes Bernardini: il candidato Lega Nord sostenuto dal PdL. Su F è attivo un profilo aggiornato mentre sono assenti le risposte agli utenti. E' presente anche con una fan page che conta quasi 2mila fan: scarsa l'interazione con l'utenza, scrittura in terza persona (la pagina non è gestita da lui) e, dato positivo, condivisione dei tweet sulla fan page F. La presenza contemporanea sullo stesso social network con due canali comunicativi, può, alla lunga, rappresentare un rischio perché rende dispersiva la comunicazione politica e istituzionale. su T Bernardini è arrivato a ridosso delle elezioni (29 marzo il primo cinguettio) ma l’ha usato e continua ad usarlo in maniera efficace: è alto il tasso di interazione con gli utenti.

Torino. La partita elettorale sotto la Mole è stata un duello: Fassino vs. Coppola. L’ex-segretario del Pd ha attiva una fan page su F che conta oltre 6mila fan, aggiornata con un grado di frequenza medio-basso e con uno stile di scrittura in prima persona. Le risposte agli utenti sono rare e spesso generiche, con una formula che potremmo qui definire “ad abbraccio”: ovvero risposte comuni per risparmiare (o non perdere) tempo. T rispecchia Facebook: grande il seguito (7600 e oltre i "follower") ma scarsa l’interazione con gli iscritti e pochi i contenuti veicolati nell’ultimo mese (quindi subito dopo la fine della tornata elettorale). Michele Coppola, candidato per il PdL, è presente su F con un profilo aggiornato costantemente e in stretta relazione con gli utenti, oltre che con una serie di gruppi e fan page che, però, sono gestite non direttamente da lui. T, invece, è quasi del tutto un canale inesistente: 64 tweet in oltre un anno, rari i cinguettii, anche sotto elezioni. Non solo: su T Coppola ha scelto la stessa strategia che altri candidati hanno compiuto, con risultati non sempre efficienti, su F: creare un profilo appositamente per le elezioni: soltanto 172 tweet a scadenza elettorale. L'ultimo, infatti, risale al 19 maggio. Discreto, invece, il seguito: oltre 500 "follower" per il candidato sindaco del centro-destra.

Il quadro sin qui delineato ci porta ad una serie di considerazioni. La prima: i candidati usciti vincenti dalle elezioni sono più propensi a proseguire la propria comunicazione sui social network. Per chi, poi, come Giuliano Pisapia, da questi ha tratto una spinta consistente per la campagna elettorale, si è trattato di una necessaria prosecuzione. I candidati usciti sconfitti, nella quasi totalità dei casi, abbandonano i social network rivelando un uso finalizzato all’acquisizione di visibilità e consenso in periodo elettorale ma privo di una visione strategica a lungo termine. Le eccezioni sono rappresentate da Moratti, che ha comunque una storia politica notevole e prova a riprendersi dopo le critiche per la campagna elettorale; da Bugani del M5S che fa della rete un pilastro fondante della propria comunicazione e da Coppola che, però, ricopre un incarico in regione e quindi è ancora partecipe attivamente alla vita politica. Seconda considerazione: nella maggior parte dei casi i politici hanno usato i social network non perché realmente convinti ma perché sospinti da consulenti e agenzie di comunicazione che ne hanno sottolineato l’importanza. Non credendoci davvero in prima persona, l’utilizzo di T e F è stato costruito con modi e tempi sbagliati: in molti casi si è scelto di veicolare contenuti “istituzionali” privi di quel grado di coinvolgimento che è alla base della comunicazione on-line e soltanto in periodo elettorale. Terza rilevanza: F e T vengono percepiti in maniera passiva e simile. E’ quanto si rileva dall’analisi condotta: sono infatti rari i casi di interazione con l’utenza e quasi sempre i contenuti inseriti sono gli stessi per due social network che, invece, rispondono a logiche comunicative e relazionali ben diverse. Infine, T viene percepito il più delle volte come simile a F, quando, invece, le modalità di utilizzo e di confronto con i "follower" sono diverse e prevedono stili comunicativi differenti.

Un’ultima considerazione riguarda un aspetto di più ampio respiro: i dati sopra riportati, seppur indicativi e non assumibili come campione statistico, rivelano come l’attuale classe politica sia lontana dal valutare l’uso di questi strumenti come importante ai fini della costruzione del consenso, ritenendo allo stato attuale altri i canali e le strategie comunicative da attuare per vincere le elezioni e governare.

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